Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo
“Qual eminenza di mente fu quella di colui che s'immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, per quanto lontanissima per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? Parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille o diecimila anni?” (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, 1632)
Sagredo svolgeva i compiti di Ufficiale di ispezione in quella tarda primavera — forse maggio — di quell'inizio degli anni '90 del secolo scorso.
Era già qualche anno che aveva cambiato mestiere. Lui, geometra cresciuto in un reparto edile, era stato messo improvvisamente di fronte a una "lavatrice" Honeywell con 256KB di RAM, sistema operativo GCOS e un ottimo programma di word processing, affiancato da un curioso Multiplan che all'inizio non si sapeva bene a cosa servisse.
Caso volle che arrivasse in contemporanea anche un PC compatibile IBM — di quelli che avrebbero spopolato di lì a poco — dotato di forse 128KB di RAM, un hard disk e l'MS-DOS. Sagredo, quando li vide, fu molto più incuriosito dal piccolo che dalla lavatrice, avendo già sviluppato una certa dimestichezza con i computer da quando, in sequenza, era diventato proprietario prima di un Sinclair ZX81 e poi di uno ZX Spectrum (comprato a 48K per risparmiare, ma subito espanso a 64K per esagerare). Ci si era divertito per un po', poi c'era stato altro da fare. Il successivo investimento in materia era stato un fiasco assoluto: un Toshiba MSX, che nelle intenzioni dell'epoca avrebbe dovuto essere lo standard e invece svanì nel nulla.
In caserma Sagredo aveva fatto amicizia con l'aviere Salviati, un ricercatore universitario e matematico che, per via della leva, era stato distaccato al servizio mensa. I due si stimavano profondamente e nutrivano una reciproca ammirazione, tanto che Salviati un giorno regalò all'amico il più bel libro che avesse mai letto, foderato accuratamente nel cellophane e comprato appositamente per lui: Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter.
Il tomo, per via del peso e del titolo, confuse un po' il pur brillante Sagredo che, difatti, non osò neppure aprirlo se non tre o quattro anni dopo, al suo ritorno a Roma. Se ne sarebbe però follemente affezionato.
Sagredo rispose al dono con un contro-regalo: il CD Anime Salve di Fabrizio De André. Quel giorno i due amici si ritrovarono a parlare nel corpo di guardia, davanti a una birra o più — non ci è dato sapere.
Sagredo: "Credo che l'informatica stia alla storia dell'umanità come l'invenzione della Stampa sta alla fine del Medioevo. Si stampano e si diffondono i libri, la cultura viaggia più veloce e si finisce dritti nell'era moderna. Anche chi è esperto, oggi, non sa bene dove andremo a finire."
Sagredo aveva fatto un'affermazione forte per un autodidatta, brillante, curioso ma capitato lì per caso. Salviati si lisciò la barba, forse bevve un altro sorso per non farla scaldare, e replicò.
Salviati: "Secondo me ti sbagli. L'informazione della stampa era informazione scritta, e quella manoscritta era pur sempre informazione scritta. L'informazione dinamica, invece, non è mai esistita prima d'ora. Io comparerei l'informatica non alla stampa, ma all'invenzione della scrittura..."
Sagredo abbozzò. D'altra parte non aveva gli studi di Salviati, ma riconobbe immediatamente la verità di quelle parole: quel passo, più che separare l'alto Medioevo dall'epoca moderna, separava la storia dalla preistoria.
Trent'anni dopo: Il ritorno di Simplicio
Oggi, a distanza di più di tre decenni da quel pomeriggio in caserma, la profezia di Salviati è diventata realtà, ma la scrittura ha preso una piega imprevista. Ed è qui che entra in scena un terzo personaggio: Simplicio, l'evangelista dogmatico del Cloud-Native.
Simplicio: "Ma insomma, Piero! Cosa andate a pescare la preistoria di Tridgell, del telnet o dei PC IBM? Quella era informazione locale, primitiva! Oggi l'informatica industriale ha decretato il trionfo dell'immutabilità assoluta. Il futuro è totalmente dichiarativo: si scrive un file di configurazione astratto nel cloud e la macchina viene generata dal nulla, pura, pulita e asettica.
Strumenti come penguins-eggs o lo sviluppo di oa-tools sono solo un romantico anacronismo. Perché ostinarsi a fare uno 'snapshot' imperfetto di una macchina viva, portandosi dietro le scorie del suo utilizzo, quando con un bootstrap centralizzato puoi ripartire da zero in modo matematico?"
Salviati (Piero): "Caro Simplicio, il tuo bootstrap puro, visto con gli occhi di chi il ferro lo tocca ogni giorno, assomiglia molto a un creazionismo tecnologico. Tu vedi la ISO da 2 GB come un blocco di marmo statico, ma ti sbagli: quello che io propongo non è la vendita di un file monolitico, ma lo script e il framework per trasferire la macchina viva.
Il tuo errore è strutturale. Dal bootstrap riparti eternamente da zero: non conosci il passato e non evolvi. Ti trovi intrappolato in un eterno 'Giorno della Marmotta' digitale.
Bootstrap e rimasterizzazione non sono nemici, sono in corrispondenza biunivoca: sono lo scheletro e la carne dello stesso organismo. Il bootstrap crea la geometria ossea, ma la vita avviene sul campo. Quando un artigiano risolve un problema di driver su un PC reale, ottimizza una configurazione o adatta un sistema alle necessità umane di una scuola o di un'officina, quella è conoscenza acquisita. Il bootstrap la cancella; la rimasterizzazione (la filiazione) la preserva e la tramanda. È l'eredità dei caratteri acquisiti applicata al codice. Lamarck l'aveva immaginata per la biologia, dove è falsa; ma staccarla da lì e innestarla dove è vera — la cultura, il software — è esattamente ciò che fa l'uovo: trasporta l'esperienza maturata sul campo verso la generazione successiva."
L'ipotesi di Sagredo (L'ingenuo intelligente)
Sagredo: "Ascoltandovi attentamente, mi rendo conto che state guardando due pezzi della stessa medaglia, ma l'ipotesi di Salviati mi fa sobbalzare. Se guardo a quello che sta succedendo oggi nel mondo, mi accorgo che l'informatica tradizionale ha subito un clamoroso sorpasso in curva da parte dell'Intelligenza Artificiale. E come viene gestita l'IA oggi? Nei laboratori non si usa quasi più il verbo 'programmare', si usa il verbo 'coltivare'. Si fa selezione artificiale tramite feedback.
Eppure, l'IA commerciale soffre dello stesso dramma di cui parla Salviati: l'amnesia. Una volta congelato l'addestramento, il modello non impara più nulla dalle chat. Appena chiudi la sessione, torna al punto zero. E perché accade questo? Perché quel sistema non figlia!
L'unica vera evoluzione nel mondo delle reti neurali sta avvenendo nell'open source con il Model Merging, dove gli sviluppatori prendono i pesi di due modelli diversi e li fondono insieme per generare un modello 'figlio' che erediti il meglio di entrambi.
Allora mi chiedo, azzardando un'ipotesi: non è che la filiazione di cui parla Salviati è una legge biologica universale della tecnologia? Se persino l'IA ha bisogno di figliare per ricordare e progredire, allora pretendere che i nostri desktop, i nostri server o i nostri cellulari rimangano scatole chiuse, sterili e immutabili, è un atto contro natura. Forse l'artigiano non sta difendendo il passato, ma sta proteggendo l'unica strada possibile per l'evoluzione biologica del software."


Chiuderti in un recinto: dall'Olivetti M20 all'Intelligenza Artificiale
Le parole di Sagredo risuonano potenti oggi, mentre assistiamo a un nuovo, titanico tentativo di recintare l'evoluzione tecnologica. Recentemente mi è capitato di leggere l'analisi di un sedicente "accelerazionista" della Silicon Valley a proposito dell'Intelligenza Artificiale. Il suo terrore assoluto? I modelli open-weight, ovvero l'IA open source.
Secondo questa visione — che scambia la conoscenza con il mercato e usa il profitto come unica misura di tutto — rilasciare modelli aperti sarebbe "decelerazionista", perché scoraggerebbe le grandi corporazioni dall'investire decine di miliardi di dollari. La soluzione che propongono è a dir poco cinica: creare FUD (Fear, Uncertainty, and Doubt - Paura, Incertezza e Dubbio) spingendo i governi a inventare "rischi normativi" inesistenti, pur di spaventare le aziende e tenerle lontane dalle alternative libere. Il loro incubo peggiore è che la tecnologia diventi un'infrastruttura pubblica e condivisa.
Ma è una visione di chi si è bevuto il cervello: Se Albert Einstein si fosse tenuto per sé l'equazione E=mc^2 per brevettarla e nasconderla in attesa del giusto ritorno economico, a che punto sarebbe oggi la fisica?
Quali progressi avremmo fatto?
Ecco, una ottima ragione per continuare a sfornare uova.
Un film già visto: l'hardware degli anni '80
Questa tecnica di spargere FUD per difendere i monopoli recintando il sapere non è una novità. È lo stesso identico copione iniziato decenni fa con la famosa "Open Letter to Hobbyists", in cui un giovane Bill Gates (arrugginendosi poi come programmatore per diventare l'uomo più ricco del mondo) accusava i pionieri dell'informatica di "rubare" il suo software.
È la stessa spietata politica mercantile che ha demolito l'eccellenza tecnologica europea. Pensiamo a Federico Faggin: dopo aver progettato il 4004, fondò Zilog. Se il suo Z80 riuscì a sfondare diventando una leggenda, il successivo Z8000 a 16 bit fu un fallimento commerciale indotto. E con esso fu affossato l'Olivetti M20: una macchina geniale, anni avanti rispetto al PC IBM, schiacciata non dalla superiorità tecnologica altrui, ma dalle spietate alleanze commerciali e le politiche USA. Hanno fatto fuori l'innovazione reale per imporre uno standard chiuso.
La risposta dell'Open Source
Bisogna riconoscere però che l'opensource ha molto di americano, pur se nata in ambito universitario e scientifico piuttosto che commerciale, basti pensare a Saint ignatius (Richard Stallman).
La storia dell'informatica è all'ennesimo bivio tra chi vuole chiudere la prateria per vendere i biglietti d'ingresso e chi, invece, costruisce strumenti per permettere a tutti di esplorarla.
Lo sviluppo di strumenti come penguins-eggs nasce esattamente in opposizione a questa logica. Lavorare sulle fondamenta di Linux, scrivere codice in Go per districarsi tra i pacchetti di Arch, Manjaro o Debian, e creare un sistema universale di remastering, ha un solo scopo: permettere agli utenti di impacchettare, clonare e condividere liberamente il proprio sistema e le proprie idee.
Lasciamo che i colossi finanziari tremino di fronte ai modelli aperti e invochino regole per proteggere i loro profitti. Noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: scrivere codice libero, risolvere problemi reali e condividere la conoscenza, generazione dopo generazione.
E lode sia a Saint Ignacius!

«Al giorno d'oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente». (cit. Oscar Wilde)